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Sasha DiGiulian ripete Bellavista

August 21, 2019 | News | No Comments

La climber statunitense Sasha DiGiulian ha ripetuto Bellavista sulla Cima Ovest delle Tre Cime di Lavaredo, nelle Dolomiti.

Bel colpo per la climber Sasha DiGiulian che si toglie la soddisfazione della prima ripetizione femminile di Bellavista, la via aperta in solitaria ed in inverno da Alexander Huber nel 1999 e in seguito liberata nel 2001 dallo stesso Huber con difficoltà fino a 8c.

La ripetizione della DiGiulian è stata una sorprendente avventura visto che fino ad ora la statunitense si era concentrata a ripetere vie sportive e la sua esperienza di vie a più tiri, e vie in Dolomiti, era pressoché nulla. Ma nel 2011 la DiGiulian aveva incontrato Reinhold Messner ed è stato proprio il re degli ottomila ad indirizzarla verso quell’enorme strapiombo sulla Ovest.

Un sogno quindi iniziato due anni fa e che ha dovuto aspettare fino a questo estate, più precisamente l’inizio di agosto quando assieme all’asso spagnolo Edu Marin la DiGiulian ha iniziato a provare i primi tiri. 7b, 6c+, 6a+, 7a+, 7b il primo giorno. Il tiro chiave da 8c provato soltanto una volta da entrambi il secondo giorno. Poi alcuni giorni di riposo. Quindi, tornati al lavoro, i due avevano riprovato il tiro chiave e quello successivo di 8a e si erano calati, pronti per la rotpunkt, pensando che le difficoltà maggiori fossero finite.

Il 12 agosto si è presentata una giornata fredda, ma la DiGiulian, convinta che fosse il giorno giusto anche se il tiro chiave era bagnato e Marin era caduto, è riuscita a venirne a capo al secondo tentativo. Dopo aver chiuso anche il tiro successivo da 8a, i due climbers si sono resi conto di quanto era alta la via (mancavano ancora ben 12 tiri) e pur avendo aumentato il ritmo, sono stati sorpresi da un temporale poco sotto la cima,raggiunta sola alle nove di sera. Non trovando la via di discesa la DiGiulian ha chiamato chi conosce quella cima come le sue tasche, ovvero Alexander Huber che le ha consigliato di bivaccare per poi scendere il giorno successivo.

“Eravamo così bagnati e freddi” scrive la DiGiulian “Il vento ululava, pensavamo che fosse una follia. Sopravvivere la notte nella nostra condizione sembrava di per sé un’impresa. Ma, dopo aver cercato la discesa per altre due ore, ci siamo resi conto che Alex aveva ragione… Così, esausti per la lunga giornata e la battaglia mentale, ci siamo assopiti per circa due ore sulle rocce, tremando. Alle 5:30 circa l’alba ha illuminato la montagna e noi abbiamo continuato la ricerca con ottimismo. Eravamo congelati e stanchi. Una doccia calda, il sacco a pelo, ed un cappuccino caldo sembravano il paradiso.”

Alcune ore più tardi i due sono rientrati sani e salvi al Rifugio Auronzo. Di questa avventura – fortunatamente finita nei miglior dei modi – la DiGiulian conclude “Salire Bellavista mi ha aperto una nuova porta di opportunità.” E siccome rimane qui altri 10 giorni, forse questo è soltanto il primo capitolo!

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Steve Bate su Zodiac al El Capitan in solitaria

August 21, 2019 | News | No Comments

Nel mese di giugno il neozelandese Steve Bate ha salito El Capitan lungo la via Zodiac in Yosemite. Quello che rende la salita particolare è che Bate è affetto da Retinite Pigmentosa.

Pochi anni fa a Steve Bate, un climber 35enne neozelandese che abita in Scozia, è stata diagnosticata una Retinite Pigmentosa, un rara malattia genetica dell’occhio che porta ad una perdita della vista graduale e progressiva, tanto che attualmente Steve gode solo del 10% della normale capacità visiva. Questa riduzione della vista però non gli ha impedito di vivere al massimo la sua passione per l’arrampicata, anzi, e a giugno ha salito in solitaria la storica big wall Zodiac su El Capitan in Yosemite.

Il bel successo di Bate è avvenuto dopo 12 mesi di preparativi. Lo scorso giugno, dopo aver fissato i primi due tiri ed essersi riposato, è partito per il suo lungo e difficile viaggio in solitaria durato 6 giorni e 5 notti in parete. Da notare che Bate aveva salito Zodiac pochi giorni prima assieme a Andy Kirkpatrick, ma la sua solitaria era la prima volta da capocordata su una big wall.

“Affermare che ero nervoso è dire poco” ha spiegato Bate “probabilmente ero terrorizzato dal fatto che stavo per salire la via da solo. Pensavo al fatto che ho una vista limitata e che sono registrato ufficialmente come cieco. Trovare la giusta linea di salita è sempre stato un problema per me e davvero non volevo perdermi lassù su El Capitan. Ma quando sono finalmente partito le paure si sono dissolte nel caldo sole primaverile. Ho pregato perché arrivassero temperature più fresche… e l’arrampicata ha completamente assorbito tutta la mia concentrazione ed energia.”

Per vedere un video della salita visitate www.news.stv.tv

SCHEDA: Arrampicare nella Yosemite Valley – 5 vie classiche

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E’ uscita la nuova guida di arrampicata e alpinismo “Nel regno del granito. Masino – Bregaglia – Albigna – Val di Mello” di Andrea Gaddi (edizioni Alpine Studio). La recensione con la prefazione di Rossano Libera.

Più di 700 vie a cui si aggiungono un centinaio di monotiri, il tutto in 501 pagine con descrizioni, schizzi e foto (molto ben fatti) che danno conto dell’enorme universo di granito di uno dei più importanti “cuori” dell’alpinismo italiano ma non solo. Ecco in estrema sintesi questo nuovo “Nel Regno Del Granito / Masino – Bregaglia – Albigna – Val Di Mello” edito da Alpine Studio. Un vademecum pressoché quasi esaustivo per orizzontarsi nel tesoro di granito della Val Masino (naturalmente con l’immancabile Val di Mello), Val Chiavenna e Val Bregaglia. Un gran lavoro che, come spiega nell’introduzione l’autore Andrea Gaddi, non solo riunisce in un’unica guida quei due fortunati volumi del precedente “Regno del Granito” dimezzandone i costi (25 € anziché 49) ma soprattutto ne rende più fruibili i contenuti tecnici. Questo migliorando la trattazione di alcune montagne e vie clou. Correggendo gli immancabili errori. Introducendo l’indicazione di quanto una via è proteggibile con protezioni veloci. E riprendendo anche, dalla storica guida di Pietro Corti del 1989, quell’omino con il “pelo sullo stomaco” che dà un’immediata idea dell’impegno fisico, tecnico e ambientale delle vie. E’ chiaro poi che la “compressione” in un solo volume ha richiesto delle scelte e dei “sacrifici”. Quindi nella nuova guida non ci sono più le descrizioni tiro per tiro delle vie che sono state sostituite (come vuole la “modernità”) da dettagliati schizzi. Né ci sono la storia alpinistica, le parole dei protagonisti, la bibliografia e la cartografia. Tutte cose sicuramente importanti, tanto che lo stesso autore ne annuncia la futura pubblicazione sul sito della casa editrice www.alpinestudio.it

Resta solo da consigliare, per i pochissimi che non conoscessero questo autentico eden dell’arrampicata e dell’alpinismo ma anche a chi lo conosce bene, la lettura della preziosa prefazione di Rossano Libera che vi riportiamo qui sotto. Siamo sicuri che basterà per far entrare queste pareti e queste valli nei vostri sogni.


PREFAZIONE DI ROSSANO LIBERA A “NEL REGNO DEL GRANITO”

Se la Val di Mello è la Mecca dell’aderenza, scalare in Valle è una professione di fede. Sì, bisogna davvero crederci per passare indenni su alcuni itinerari! Quelle vie che hanno fatto la storia e decretato i vari discepoli di un solo credo, sono ancora lì, tali e quali a com’erano alla data della loro apertura. Ecco la vera forza di questo luogo magico. Il tempo, pur passando, si è fermato… Si è fermato su quelle placche aride di ripetizioni, come su quelle rughe che ogni stagione accolgono polpastrelli e mescole da ogni dove.

I forti arrampicatori cresciuti con l’Euro, sappiano che qui gradi e scalata si esprimono ancora in Lire. “Lasciate ogni speranza, o voi ch’entrate”… se non avvezzi alla scalata Old Style. Questa è la Val di Mello, culla del Nuovo Mattino, dove i navigatori dell’Oceano Irrazionale e gli argonauti sbarcati sulla Luna Nascente hanno dato vita ad una Nuova Dimensione del salire. A noi non rimane che godere di questa “Grande Bellezza” lasciataci in eredità da un manipolo di sognatori iconoclasti che tra queste rocce avevano fatto il centro del loro “io”.

Salendo di quota, come nei cerchi di dantesca memoria, e smessi i panni della “lotta con l’Alpe”, veniamo abbracciati da questo Regno del granito, dove la scalata assume uno spessore diverso, dato da lunghi e faticosi avvicinamenti. Io lo definisco “valore aggiunto” ed è ciò che contraddistingue l’alpinismo nelle Alpi Centrali, andando a coronare la totalità di questa esperienza. Mi è difficile, anzi, impossibile tradurre in parole la moltitudine di emozioni e la profondità delle esperienze vissute tra queste montagne, su queste pareti. So per certo che è un qualcosa che tocca chiunque frequenti questi luoghi.

La soddisfazione nello scalare in questo angolo di Alpi è tale da far dimenticare ogni fatica fatta per arrivarci, tanto che prima o dopo ci si ritorna. È inevitabile…

Rossano Libera

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Nel regno del granito

…Masino – Bregaglia – Albigna – Val di Mello
Autore: Andrea Gaddi

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L’ 8/12/2013 l’alpinista austriaco David Lama ha aperto in solitaria la via Nordverschneidung (400m, 90°, WI4, M4/5, VI/VII) una bella via sulla parete nord della Hohe Kirche nella Valsertal, Alpi dello Zillertal, Austria.

“In realtà non è niente di straordinario, semplicemente una linea che avevo in mente da alcuni anni, qualcosa che prima o poi volevo fare. E adesso l’ho fatta.” L’alpinista austriaco David Lama minimizza la sua recente solitaria sulla Nord della Hohe Kirche nella Valsertal, ma vale comunque la pena soffermarsi sulla salita di questo diedro aperto di 400m, anche perché lui stesso la descrive come “una bella via, con un accesso relativamente veloce, in un ambiente fantastico… da fare.” E se lo dice lui, forse è meglio capirne di più.

Prima della solitaria Lama ha avuto la possibilità di ispezionare la linea da vicino quando, un paio di settimane fa, assieme a Ben Lepesant ha tentato una via leggermente più a sinistra. I due però sono stati costretti a tornare indietro, e con Lepesant attualmente all’estero e le condizioni comunque eccellenti, Lama ha deciso che domenica 8 dicembre era arrivato il momento giusto per tentare da solo il diedro a destra.

“In generale l’arrampicata è piacevole e mai troppo difficile. Circa 100 metri di ghiaccio a 90°, a volte emozionante con alcune stalattite, mi hanno portato su terreno più facile.” Dopo questo inizio altri 100m di più “facile” arrampicata di misto hanno portato Lama alla sezione chiave della via: quattro tiri che l’austriaco descrive come “abbastanza impegnativi.” Leggi: grande esposizione e roccia non buona che l’hanno convinto ad autoassicurarsi per un tiro. A questo punto ha dovuto salire senza le picche. “Mi ricordo che non è stato facile. La roccia non è granché, ho faticato a proteggermi e salire con i ramponi sulla roccia… non è stato bellissimo.” Le difficoltà? “Direi qualcosa attorno ad un difficile UIAA VI, facile VII. L’unica cosa che so di certo è che faceva freddo, forse -10°C.” Si perché giustamente questa valle viene anche chiamata il freezer del Nord Tirolo.

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Lama ha impiegato circa mezz’ora per salire questi 30 metri, dopo di che altri 100 m di terreno più facile l’hanno portato praticamente direttamente in cima. Le foto di rito sono state seguite dalla rapida discesa lungo la parete ovest, verso gli sci e la macchina. Sei ore e mezza il tempo impiegato, dalla macchina fino in cima e di nuovo alla macchina, di cui 2 ore soltanto per l’avvicinamento la mattina. Abbastanza veloce quindi. Anzi, così veloce che Lama non ha nemmeno firmato il libro di vetta: “Si, in realtà mi sono dimenticato di farlo. Ho bevuto del tè poi ho subito iniziato la discesa, me lo sono semplicemente scordato.”

“E’ difficile darle un grado complessivo” ci ha raccontato Lama “all’inizio c’era poco ghiaccio e solitamente ce ne di più, comunque propongo qualcosa come 90°, WI4, M4/5, VI/VII. Come dicevo, non è niente di speciale. Ma è qualcosa che volevo fare da sempre ed è sicuramente la linea più facile, più logica sulla parete nord.”

Lama ha chiamato la via Nordverschneidung e va ricordato che quest’ultima salita si aggiunge ad altre sue invernali effettuate in questa valle, come per esempio Badlands (prima salita, in solitaria, aprile 2012), Sagwand Schiefer Riss (marzo 2013, assieme a Hansjörg Auer e Peter Ortner) e Sagwand Mittelpfeiler (solitaria, maggio 2013).

La recensione di Luca Biasi del libro dell’alpinista trentino Elio Orlandi “Il richiamo dei sogni. La montagna in punta di piedi.”

Già nella prefazione all’opera, Mirella Tenderini scrive efficacemente che per Elio Orlandi le ascensioni non sono che la continuazione della parte iniziale della sua vita, sono centro dell’esistenza, il legame tra la concretezza della vita quotidiana e il mondo immateriale dell’anima.

Chi si aspetta un classico libro di avventure in montagna, di vita vissuta ed anatomia di esperienze potrà rimanere deluso; quello che si ha tra le mani si rivela un testo che richiede attenta lettura, che a volte si rivela spigoloso e che in alcuni passaggi ha bisogno di essere sedimentato, ma che sa poi comunicare più di quanto non appaia di primo acchito.

La domanda per eccellenza con la quale l’autore si cimenta, anzi si deve cimentare, impegnato quasi in una ricerca filosofica, è quella incentrata sui motivi che spingono l’uomo ad andare in montagna. Quello di Elio non deve essere confuso come un mero esercizio di retorica; rifuggendo le classiche e stereotipate analisi e frasi, infatti, ci offre la sua genuina, personalissima risposta, il suo pensiero, proponendoci suggestivi concetti ed immagini che potremo esercitarci a confrontare con le nostre convinzioni, constatandone la semplice e disarmante attualità.
Non a caso il libro apre con il capitolo "Radici", un leitmotiv che riuscirà a cucire quasi invisibilmente tra di loro in un unico, organico e coerente quadro il susseguirsi dei pensieri e dei temi che Elio trascrive solo apparentemente in modo sparso.

All’interno di questo gioco di incastri, prova a raccontare e raccontarsi nei momenti legati a più intime esperienze. Il gioco con la propria ombra, durante la salita sullo scudo dolomitico di Cima d’Ambiez: "A volte pare improbabile solamente pensare di avere la capacità di raccontare questi momenti di vita e soprattutto trasmettere le sensazioni, le certezze, le illusioni, le motivazioni, l’impegno, le gioie, le inquietudini, i timori e le esitazioni". Un viaggio dentro sé stessi, nel corso del quale ognuno, con la dovuta tranquillità e pace nell’animo, potrà riconoscersi in parte o trovare descritte certe sensazioni o stati d’animo già provati ma non razionalmente elaborati: trovarli trascritti nero su bianco, sulla carta, può rivelarsi una piacevole sorpresa. "Quella singola ombra, che di lato rincorre i passi della nostra solitudine, rimane a volte l’unica certezza di ritrovarsi finalmente a vivere un po’ di tempo riservato a noi stessi, anche solo rivolti a ricercare il nulla per il raggiungimento dell’inutile."

Reale come il fruscio delle pagine che scorrono sotto le dita, dal libro trapela l’amore dell’autore verso la propria valle, la Val d’Ambiez, fin nelle più sconosciute pieghe. Arrampicate anche in solitaria, per motivi intimi, personali, nuove salite senza clamore, senza la preoccupazione "di dirlo, o scriverlo o farlo sapere in giro, perché risulta sempre così grande la soddisfazione di salire solo per il piacere di farlo…"

Il capitolo "Riflessioni…sull’apparente inutilità dell’alpinismo" è vivamente consigliato a tutti, esperti o meno di montagna. Elio espone con schiettezza il suo pensiero sull’alpinismo e la moda di apparire a tutti i costi: tra le righe si possono leggere evidenti le allusioni a noti episodi, realmente accaduti e che hanno ormai assunti toni da gossip o reality show. Capitolo utilissimo, se non indispensabile per i giovani; per nulla retorica, è una fresca collezione di considerazioni e pillole di saggezza da masticare lentamente per poi poterle mettere a frutto al momento del bisogno. "Nel nostro piccolo, per vivere bene la nostra passione non basta solo saper scalare. Anche la più importante o affascinante montagna del mondo, alla fine rimane comunque "solamente" una montagna. E tutto il resto… è vita". Questo lo pensa e si arrischia a scriverlo una persona che di alpinismo ha di certo esperienza e cognizione di causa. "Talvolta la stessa normalità impone il coraggio del silenzio e della discrezione… Forse ci hanno troppo abituati a prendere le notizie come ci vengono proposte e non per come le cose sono state realmente fatte…"

Discutendo e ripensando a fatti ed eventi accaduti, centrando il nocciolo di tanti problemi, Elio sentenzia che "non è necessario dire tutto ciò che si pensa, ma è importante pensare a tutto ciò che si dice". Prosegue quindi la sua analisi della storia recente ed osserva che "il versante più difficile e pericoloso di ogni montagna rimane quello delle polemiche, e anche l’alpinismo sembra ormai un mondo tutto in svendita".
Quali i semplici rimedi consigliati? "La sete di avventure si appaga rifuggendo spesso nei sogni, inesauribile terra di fantasia e moltiplicatori di illusioni, e respiro ancora un profondo desiderio di realizzare". Ecco il richiamo ai sogni, il potente motore che ci spinge a pensare in grande; i sogni, creature che vivono "in una parte di cervello sempre parcheggiata in quell’angolo di mondo" (Patagonia).

Accompagnano il libro una serie di raffinate e spettacolari fotografie dell’autore, alternate a plastiche e spesso oniriche raffigurazioni pittoriche di montagne o temi ad essa legati. Da segnalare i caratteristici disegni di cime, diedri, cenge e pareti realizzati, a corredo delle relazioni delle nuove vie di arrampicata, con la tecnica del tratto nero a china: arrotondati spigoli rocciosi o spumeggianti e burrose meringhe di neve e ghiaccio, con l’onnipresente luna, sono contraddistinte da quel caratteristico stile dell’autore che riconduce ad una dimensione onirica e personalissima.

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Termina il libro una rassegna di alcune tra le più significative nuove ascensioni, le solitarie ed i film realizzati da questo poliedrico ed introspettivo alpinista.

di Luca Biasi,
Levico Terme, settembre 2013

Il libro ha vinto la Pigna d’Argento 2013 come miglior libro dell’anno a soggetto di montagna del Festival della Cultura di
Montagna di Bormio.

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Il richiamo dei sogni
La montagna in punta di piedi

Editore Alpine Studio
Autore: Elio Orlandi

Nalle Hukkataival ripete Gioia a Varazze

August 21, 2019 | News | No Comments

Oggi a Varazze Nalle Hukkataival ha ripetuto Gioia, il boulder di 8C+ liberato da Christian Core nel 2008.

Era nell’aria… già la scorsa settimana il fortissimo climber finlandese Nalle Hukkataival stava facendo dei buoni tentativi su Gioia, uno dei boulder più difficili al mondo liberato da Christian Core a Varazze nel 2008. Poi però è arrivato il maltempo e Hukkataival ha dovuto aspettare… fino ad oggi, quando verso l’una è finalmente riuscito nella seconda ripetizione.

Sono passati sei anni dalla prima salita di Core – per certi versi un’eternità nel boulder – ma nel frattempo soltanto una persona è riuscita collegare quei difficilissimi 14 movimenti: Adam Ondra che dopo 11 giorni di tentativi con un urlo liberatorio ha confermato il grado di 8C+. Il massimo quindi, alla pari con il suo boulder Terranova a Moravsky Kras nella Repubblica Ceca liberato pochi giorni prima, nel novembre 2011.

Hukkataival aveva provato Gioa già l’anno scorso e come molti era riuscito a chiudere velocemente la partenza in piedi. Ma quei movimenti extra all’inizio fanno tutta la differenza e, con la pelle rovinata, Hukkataival è stato costretto a ritirarsi per poi tornare a metà febbraio.

In questi anni il 28enne ha collezionato un curriculum come pochi, la quantità di 8C liberate e ripetute da Hukkataival ha pochi eguali, anche in termini di velocità, e seppur non sbilanciandosi sul grado – attualmente è arrivato il momento per festeggiare – ci ha raccontato: "Con Gioia è stato difficile trovare le condizioni giuste, ma oggi tutto è filato liscio. E’ sicuramente uno dei boulder più difficili al mondo ed è molto bello da salire."

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Simon Kehrer e Roman Valentini hanno aperto Bask (225m, 7a+ max, 6c obbligatorio), una nuova via sul Mur del Pisciadù (Sella, Dolomiti). La presentazione di Simon Kehrer.

Dopo aver salito la via Tridentina e la via Ai bimbi di Beslan, godendo della bella roccia, ci é rimasta impressa una fessura molto logica tra queste due vie e subito a destra di un enorme diedro che va a finire su un grande tetto. Assieme all’amico Roman Valentini, aspirante guida alpina, abbiamo deciso un pomeriggio dell’agosto 2011 abbiamo deciso di andare a vedere se era ancora libera. Increduli di non aver trovato traccia di passaggio dopo aver salito i primi due tiri di fessura, abbiamo continuato ancora un tiro. Poi, bloccati da vari impegni, abbiamo finito la via due anni dopo con un’altra giornata di arrampicata divertente e impegnativa. Abbiamo deciso di dedicare la via all’amico gestore del Rifugio Puez, Oskar Costa, conosciuto anche come “Bask”, che è scomparso qualche anno fa. Anche se la via è spittata consigliamo di portare Friends o nut piccoli fino medi.

Si ringrazia e Vaude, Edelrid e Scarpa per l’attrezzatura.

di Simon Kehrer

SCHEDA: Via Bask, Mur del Pissadù, Sella

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Storia del capriolo Mirtillo

August 21, 2019 | News | No Comments

Mirtillo è un piccolo capriolo, una delle tante vittime di quegli incidenti che per l’uomo sono solo dei “danni collaterali” di poco conto se non del tutto indifferenti. Non è così per Ermanno Salvaterra che ci racconta la storia del piccolo Mirtillo, di come abbia lottato per la vita e di come abbia trovato una nuova casa.

“I caprioli, in montagna, nascono verso i primi di giugno. Da piccoli sono inodori e la mamma li porta nell’erba alta per nasconderli e accudirli. Quando la mamma vede l’uomo si allontana e il piccolo rimane solo in attesa di lei. Purtroppo non si fa molto per far sì che la mamma non stia nei prati al momento dello sfalcio e allora ogni anno, solo nella nostra Provincia di Trento, decine e decine di caprioli vengono uccisi o feriti gravemente.

Vicino a Trento c’è un centro per il recupero degli animali selvatici, il Casteller. Il fatto è successo mercoledì 18 giugno verso sera a Sant’Antonio di Mavignola. Un contadino sta falciando un prato. L’erba è alta e non vede il capriolo e così lo colpisce. Gli trancia una gamba posteriore. Poco dopo passa di lì un cacciatore che lo raccoglie e lo porta a Pinzolo da un suo collega. Telefona al Casteller ma gli dicono che il piccolo arriverebbe morto. Un Guardiacaccia gli consiglia di rivolgersi a me.

Sono ad Arco ad arrampicare col mio amico Andrea Sarchi. E’ da poco passato mezzogiorno e mi chiama. E’ un ragazzo di Pinzolo, purtroppo cacciatore ma comunque una brava persona e buono.
Ormai il mio pensiero è là e la voglia di arrampicare passa. Verso le 17 sono a casa e subito vado a vedere il piccolo. Visione struggente. In una cassettina di legno con dentro dell’erba e la gamba tranciata su una mensola. Lo portiamo dal veterinario che alla sua vista corruga il volto. Mi dice di vedere se passerà la notte e semmai portarlo la mattina. Notte lunga e triste ma il piccolo è un duro.

Alle 10 sono dal veterinario. Tensione per via dell’anestesia ma arriviamo alla fine. Speriamo. Toglie tutto l’osso fino all’articolazione e molto muscolo che ormai era infetto, Sei giorni di antibiotici ma il giorno dopo comincia a mangiare. Abbiamo la tettarella che va bene a loro e piano piano comincia a mangiare il latte di capra alla giusta temperatura. Poi per due giorni mangia poco. Temiamo l’infezione. E’ magnifico.

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Lo teniamo in casa vicino al divano. Ogni giorno cambiamo l’assorbente 5-6 volte al giorno. Fa un sacco di pipì ma mangia molto ogni 4 ore. Il suo ultimo pasto verso le due poi si riprende la mattina presto. Quando provava ad alzarsi cadeva e ricadeva ma in poco tempo ha imparato. Ora sembra stia bene. Un paio di volte al giorno lo portiamo fuori insieme alle caprette, al coniglio, agli alpaca. Sul terreno va come un missile. Lo amiamo molto…”.

Ermanno Salvaterra

Il 28/01/2014 gli alpinisti austriaci Albert Leichtfried e Benedikt Purner hanno effettuato la prima salita di Zweite Geige (WI7/M7, 140m) in Vallunga, Dolomiti.

A fine gennaio la bellissima Vallunga si è arricchita di un’altra nuova via di ghiaccio grazie agli austriaci Albert Leichtfried e Benedikt Purner che, da quando Leichtfried ha aperto Illuminati nel 2006, sono sempre stati molti attivi in questa valle Dolomitica. L’anno scorso, per esempio, i due avevano aperto Hyperventilatione e Senza Piombo e avevano anche aperto una difficile variante di un tiro alla cascata Sdrucciolo dei Camosci (Palma Baldo, Giovanni Groaz 1991). Ora Zweite Geige, l’ultima loro linea nata pochi giorni fa, promette di essere un’altro piccolo gioiello.

Zweite Geige – ovvero “Secondo violino” – segue una linea immediatamente a destra della famosa cascata Crollo dell’Est, salita nel 1992 da Giovanni Groaz e Renzo Lunzi (ed erronemeante riportata in molte guide con il nome di Flauto Magico). E’ stato proprio durante una ripetizione di questa via all’inizio di gennaio che gli austriaci hanno individuato la possibilità di salire qualcosa di nuovo a destra. Così sono tornati il 28 gennaio, assieme all’amico e fotografo Elias Holzknecht, e dopo aver ripetuto Crollo dell’Est per fissare le corde per il fotografo, si sono poi concentrati sulla nuova linea.

Purner ha aperto il primo tiro, 20 complicati metri di misto lungo un diedro, gradati M7 e protetti soltanto con una manciata di dadi e friends. Raggiunto l’evidente flusso di ghiaccio, ha fatto sosta con due chiodi da ghiaccio lunghi. Leichtfried ha poi salito il secondo tiro, 40 impegnativi metri su ghiaccio strapiombante gradati WI7. “Di rado ho salito del ghiaccio puro così strapiombante” ci ha raccontato Leichtfried “il tiro strapiomba un paio di metri e non capita spesso che si formi qualcosa di simile.” Purner ha poi aperto il terzo tiro, altri 50m su ghiaccio sottile, mentre l’ultimo tiro è in comune con gli ultimi 30m di Crollo dell’Est. Tutti i tiri sono stati aperti a vista, e senza utilizzare spit e chiodi da roccia.

Zweite Geige è stata gradata complessivamente WI7 M7. Leichtfried ci ha spiegato che “Questa via è sicuramente una delle mie realizzazioni più belle. Anche se tecnicamente è meno difficile per esempio di Senza Piombo, Zweite Geige è totalmente clean, cioè senza spit e chiodi, e sale ghiaccio non al 100% sicuro, questo dal punto di vista psicologico l’ha resa una delle nostre vie più difficili. Se a questo si aggiunge che siamo riusciti a salirla a vista, senza mai cadere, allora forse si capisce perché questa salita per noi ha rappresentato qualcosa di veramente speciale.”

Per quanto riguarda il loro approccio alle prime salite, Leichtfried ci ha spiegato che “Ultimamente è evidente che sempre più spesso si pensa allo stile della salita. Già da alcuni anni da parte nostra tentiamo di salire il più possibile senza l’uso di spit, lì dove la roccia ci permette di piazzare delle protezioni. Però crchiamo di evitare un rischio insensato, e se le formazioni non permettono di fare altro, allora il piantare degli spit non è da interpretare come una caduta di stile. Tuttavia, se si confrontano le vie bisogna parlare e paragonare sempre le stesse cose. Clean significa che la via, sia prima sia dopo la salita in libera, è pulita, che non si trovino protezioni sulla via e che non erano stati messi sulla via prima della salita. Trad significa, invece, che ci possono anche essere dei chiodi normali. Detto questo, penso che tutti dovrebbero scegliere lo stile che vogliono, e non bisogna mai dimenticare il gusto del divertimento.”
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SCHEDA: Zweite Geige, Dolomiti

Arrampicare a Frea, Dolomiti

August 21, 2019 | News | No Comments

La storica falesia di Frea a Passo Gardena in Dolomiti. La sesta proposta del progetto ‘Falesie di stagione’, in collaborazione con Vertical-Life.info

Il Passo Gardena collega due delle valli dolomitiche più belle in assoluto, la Val Gardena e la Val Badia. Chi ha percorso questa strada almeno una volta conosce esattamente la sensazione che regalano le ripide pareti delle Meisules quando ci si passa sotto in macchina. Salendo dalla Val Gardena, poco sotto al passo, sulla destra, si nota una fascia di roccia particolarmente compatta, questa è la falesia di Frea.

Più di cento tiri, la metà parte dei quali sul sesto grado della scala francese e di puro godimento, su buchi e tacche svase. Non mancano però neanche tiri per quelli un po’ più ambiziosi, il grado sette infatti è ben presente con 20 tiri circa. La ciliegina sulla torta infine la offrono le vie multi-pitch, per tutti coloro che amano avere un po’ di aria sotto ai piedi per una lunghezza con non super mai i 5 tiri di corda.

La falesia è suddivisa in 5 settori, 2 dei quali sono raggiungibili tramite una piccola ferrata oppure con 2 tiri di corda. È consigliabile quindi l’uso di un casco in caso ci fossero delle cordate impegnate nelle vie a più tiri oppure se qualcuno stesse arrampicando nei settori superiori.

SCHEDA: Frea, Passo Gardena, Dolomiti


FALESIE DI OGNI STAGIONE
– Ciastlins, San Vigilio di Marebbe
– Stohlwond, Racines, Vipiteno 
– Salares, Valparola 
– Calamancina, San Vito lo Capo 
– Passo delle Erbe – Würzjoch
– Frea, Passo Gardena

Sportclimbing in the Dolomites, Dolomiten – Dolomiti

Ediz. italiana, tedesco, inglese.
Val Badia, Gherdeina, Val di Fassa, Val di Landro, Cortina d’Ampezzo, Hochpustertal – Lienz
di Vertical-Life.info, 2013

Web-info: vertical-life.info/crags/87-frea

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